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Biografia del giudice
Paolo Borsellino

"È
normale che esista la paura in ogni uomo, l'importante che sia
accompagnata dal coraggio.
Perchè non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa
un ostacolo che impedisce di andare avanti
(Paolo Borsellino)
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Paolo Borsellino nasce a
Palermo il 19/1/1940 dove la sua famiglia vive e vivrà in un
quartiere borghese di Palermo: la Magione.
Borsellino è molto attaccato a questo quartiere dove
ha trascorso tutta la giovinezza. I genitori
erano entrambi farmacisti.
Al momento dello sbarco degli alleati in Sicilia la
madre di Paolo Borsellino vieta ai figli di accettare
qualsiasi dono dai soldati americani. "La Patria è
sconfitta, i sacrifici sono stati inutili, non c’è
da essere felici..." è una delle frasi della madre
di Borsellino in quel momento.
Queste
vicende e i racconti di "Zio Ciccio", reduce
della Campagna d’Africa, gli suscitano curiosità
sulle vicende del periodo fascista,
di cui la sua
famiglia è stata protagonista. Anche il rapporto con
i figli è molto forte. Cerca di proteggerli dalla
realtà che è intorno a lui e, nello stesso tempo, di
trasmettergli il proprio modo di essere e di agire.
Un episodio per comprendere la fatica e la
difficoltà di questo rapporto lo si può trovare nel
momento in cui, in piena attività antimafia,
Paolo Borsellino viene trasferito insieme con
Giovanni Falcone sull’isola dell’Asinara per motivi
di sicurezza. La figlia di Paolo Borsellino,
"Fiammetta" viene allontanata
dall’isola in quanto malata di anoressia. Paolo
Borsellino la veglia ogni notte
e cerca di aiutarla in tutti i modi. Per tutta la
sua esistenza quel senso di protezione, quel senso
di colpa per aver provocato problemi così grandi
alla sua famiglia e, soprattutto, la volontà di
stare vicino a sua figlia non lo abbandoneranno mai.
Paolo borsellino, dopo avere frequentato il Liceo classico "Meli" si
iscrive alla facoltà di giurisprudenza di Palermo e
successivamente nel 1959 si iscrive
all’organizzazione FUAN Fanalino. Membro
dell’esecutivo provinciale, delegato al congresso
provinciale, viene eletto come rappresentante
studentesco nella lista del Fuan Fanalino. In questi
anni l’attività politica lo prende molto e riesce a
conciliare politica e studio senza grossi problemi.
Il 27 giugno 1962, all'età di appena 22 anni,
Paolo Borsellino si laurea con 110 e lode e, pochi giorni
dopo, subisce la perdita del padre. Ora è affidato a
lui il compito di provvedere alla famiglia. Si
impegna con l’ordine dei farmacisti a tenere la
farmacia del padre fino al conseguimento della
laurea in farmacia di sua sorella. Tra piccoli
lavoretti e le ripetizioni Paolo Borsellino studia per
superare il concorso in magistratura, riuscendoci
nel
1963. Fare il magistrato a Palermo ha un senso
profondo, non è una professione qualunque. L’amore
per la sua terra, per la giustizia gli danno quella
spinta interiore che lo porta a diventare magistrato
senza trascurare i doveri verso la sua famiglia.
Paolo Borsellino nel 1965 viene mandato al tribunale
civile di Enna come uditore giudiziario. Nel 1967 ha
il primo incarico direttivo, Pretore a Mazara del
Vallo nel periodo del dopo terremoto. Il 23 dicembre
del 1968 Borsellino si sposa, continua a lavorare a
Mazara facendo avanti e indietro da Palermo, anche
più volte al giorno. Nel 1969 viene trasferito alla
pretura di Monreale dove lavora fianco a fianco con
il capitano dei Carabinieri
Emanuele Basile. Nel
1975 Borsellino viene trasferito al tribunale di
Palermo e a luglio entra all’Ufficio istruzione
processi penali sotto la guida di
Rocco Chinnici.
Con il Capitano Basile lavora alla prima
indagine
sulla mafia e da questo momento comincia il suo
impegno senza sosta per sconfiggere l’organizzazione
mafiosa.
Nel 1980 arriva l’arresto dei primi sei mafiosi.
Nello stesso anno il capitano viene ucciso in un
agguato. Per la famiglia Borsellino arriva la prima
scorta con le difficoltà che ne conseguono. Da
questo momento il clima in casa Borsellino cambia e
il giudice stesso deve relazionarsi con "quei
ragazzi" che gli sono sempre a fianco e che
cambieranno per sempre le abitudini sue e della sua
famiglia. Il suo modo di fare, la sua decisione
influenzano il "sentire" dei suoi familiari. Dalle
parole della moglie, ancora, si può comprendere il
rispetto e la sofferenza che si alternano nei loro
cuori.
"Il suo modo di esercitare la funzione di
giudice lo condivido perché anch’io credo nei valori
che lo ispirano....Non penso mai, per egoismo, per
desiderio di una vita facile di ostacolarlo....Non è
stato un sacrificio immolare la sua vita al mestiere
di giudice: ama tantissimo cercare la verità,
qualunque essa sia."
La scorta costringe il giudice
e la sua famiglia a convivere con un nuovo
sentimento: la paura. E’ così che Borsellino ne
parla e la affronta: "La paura è normale che ci sia,
in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata
dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla
paura, sennò diventa un ostacolo che ti impedisce di
andare avanti."
Il Pool comprende quattro magistrati.
Giovanni Falcone,
Paolo Borsellino e Giovanni Barrile lavorano uno a fianco
all’altro, sotto la guida di
Rocco Chinnici. Si
intravede e, lentamente, si instaura un legame
comunitario tra i giudici che appartengono al pool.
E’ nei giovani la forza su cui contare per cambiare
la mentalità della gente e i magistrati lo sanno.
Vogliono scuotere le coscienze e sentire intorno a
sé la stima della gente. Sia Falcone sia Borsellino
hanno sempre cercato la gente. Borsellino comincia a
promuovere e a partecipare ai dibattiti nelle
scuole, parla ai giovani nelle feste giovanili di
piazza, alle tavole rotonde per spiegare e per
sconfiggere una volta per sempre la cultura mafiosa.
Fino alla fine della sua vita Borsellino, nel tempo
che gli rimane dopo il lavoro, cercherà di
incontrare i giovani, di comunicargli questi nuovi
sentimenti e di renderli protagonisti della lotta
alla mafia. Parallelamente continua il lavoro nel
pool. Questa squadra funziona bene, ma si comprende
che per sconfiggere la mafia il pool, da solo, non è
sufficiente. Si chiede la promozione di pool di
giudici inquirenti, coordinati tra loro ed in
continuo contatto, il potenziamento della polizia
giudiziaria, l’istituzione di nuove regole per la
scelta dei giudici popolari e di controlli bancari
per rintracciare i capitali mafiosi. I magistrati
del pool pretendono l’intervento dello stato perché
si rendono conto che il loro lavoro, da solo, non
basta.
Paolo
Borsellino
lavora senza sosta, firma provvedimenti,
indaga, ascolta con dedizione e responsabilità. Per
questo Rocco Chinnici scrive una lettera al presidente del
tribunale di Palermo per sollecitare un encomio nei
confronti suoi e di Giovanni Falcone, importante per
eventuali incarichi direttivi futuri. A proposito di
Paolo Borsellino così scrive Rocco Chinnici: " Magistrato degno
di ammirazione, dotato di raro intuito, di
eccezionale coraggio, di non comune senso di
responsabilità, oggetto di gravi minacce, ha
condotto a termine l’istruzione di procedimenti a
carico di pericolose associazioni a delinquere di
stampo mafioso". L’encomio richiesto, non è mai
arrivato.
Poi il dramma. Il 4 agosto 1983 viene ucciso il
giudice Rocco Chinnici con un’autobomba. Borsellino
è distrutto dopo Basile anche Chinnici viene
strappato alla vita e il vuoto si fa sentire molto.
Ancora la moglie di Borsellino racconta il legame di
Borsellino con Chinnici: "Con Rocco, mio marito ha
un rapporto di amicizia e di fiducia intensa e
reciproca. Una collaborazione durata tanti anni,
fondata sulla massima intesa...per Paolo la sua
uccisione è un altro dolore atroce...". Il "capo"
del pool, il punto di riferimento, viene a mancare e
si ha l’impressione che la mafia, questa entità che
tutto vede e tutto osserva, abbia ben compreso lo
spirito ed il nuovo modo di lavorare dei giudici
siciliani. Borsellino con molta preoccupazione
commenta: "La mafia ha capito tutto: è Chinnici la
testa che dirige il Pool".
A sostituire Rocco Chinnici arriva a Palermo il giudice
Antonino Caponnetto e il pool, sempre più affiatato continua
nell’incessante lavoro raggiungendo i primi
risultati: "Sentiamo la gente fare il tifo per noi".
Il Pool non vuole sentirsi solo, cerca lo Stato e i
cittadini, vuole una mobilitazione generale contro
la mafia. Nel 1984 viene arrestato
Vito Ciancimino e
si pente Buscetta, Paolo Borsellino sottolinea in ogni
momento il ruolo fondamentale dei pentiti nelle
indagini e nella preparazione dei processi. Comincia
la preparazione del Maxiprocesso e viene ucciso il
commissario Beppe Montana . Ancora sangue, per
fermare le persone più importanti nelle indagini
sulla mafia e l’elenco dei morti è destinato ad
aumentare. Il clima è terribile
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino
vengono immediatamente trasferiti all’Asinara per
concludere le memorie, predisporre gli atti senza
correre ulteriori rischi. All’inizio del
maxiprocesso l’opinione pubblica inizia a criticare
i magistrati, le scorte e il ruolo che si sono
costruiti.
Paolo Borsellino chiede il trasferimento alla
Procura della Repubblica presso il Tribunale di
Marsala per ricoprire l'incarico di Procuratore
Capo. Il Consiglio Superiore della Magistratura, con
una decisione storica e non priva di strascichi
polemici - si veda l'articolo di Leonardo Sciascia
sui "Professionisti dell' antimafia" - accoglie la
relativa istanza sulla base dei soli meriti
professionali e dell'esperienza acquisita da Paolo
Borsellino negando per la prima volta validità
assoluta al criterio dell'anzianità. Sicché il
19.12.1986 Paolo Borsellino prende servizio a
Marsala dove per cinque anni guiderà una delle
Procure più impegnate sul fronte della lotta alla
criminalità organizzata. Al centro (Palermo) Falcone
e a Marsala Borsellino in modo da scoprire tutti i
collegamenti esistenti tra la mafia di Palermo e
quella della provincia. Nel corso di questo
quinquennio, denso di scottanti inchieste
giudiziarie e numerose soddisfazioni personali,
Paolo Borsellino è dapprima nominato Segretario
provinciale della corrente di Magistratura
Indipendente, e, successivamente, Presidente
nazionale dell'Associazione Nazionale Magistrati.
Vive in un appartamento nella caserma dei
carabinieri per risparmiare gli uomini della scorta.
In suo aiuto arriva Diego Cavaliero, magistrato di
prima nomina, lavorano tanto e con passione. Sempre
fianco a fianco, Paolo Borsellino è un esempio per il
giovane, non si risparmia mai. Teme che la
conclusione del maxiprocesso attenui l’attenzione
sulla lotta alla mafia, che il clima scemi e si
torni alla normalità. Per questo
Paolo Borsellino cerca la
presenza dello Stato, incita la società civile a
continuare le mobilitazioni per tenere desta
l’attenzione sulla mafia e frenare chi pensa di
poter piano piano ritornare alla normalità.
Invece, il clima comincia a cambiare. Il fronte
unico che aveva portato a grandi vittorie della
magistratura siciliana e che aveva visto l’opinione
pubblica avvicinarsi agli uomini in prima linea e
stringersi intorno a loro, comincia a cedere. Nel
1987 Caponnetto è costretto a lasciare la guida del
Pool a causa di motivi di salute. Tutti a Palermo
aspettavano la nomina di
Giovanni Falcone al suo posto, anche
Paolo Borsellino è ottimista. Presto, però, si rende conto
che il Consiglio Superiore della Magistratura
non è dello stesso parere e si diffonde il terrore
di veder distruggere il Pool.
Paolo Borsellino scende in
campo e comincia una vera e propria guerra, parla
ovunque e racconta cosa stia accadendo alla procura
di Palermo; sui giornali, in televisione nei
convegni, continua a lanciare l’allarme. A causa
delle sue dichiarazioni
Paolo Borsellino rischia il
provvedimento disciplinare. Solo il Presidente della
Repubblica Cossiga
interviene in suo appoggio
chiedendo di indagare sulle dichiarazioni del
magistrato per accertare cosa stesse accadendo nel
palazzo di giustizia di Palermo.
Il 31 luglio il Consiglio Superiore della
Magistrature convoca Paolo Borsellino che rinnova
le accuse e le sue perplessità.
Il 14 settembre il
Consiglio Superiore della Magistratura si pronuncia
e Giovanni Falcone perde,
mentre e Antonino Meli, per
anzianità, prende il posto che doveva essere suo.
Paolo Borsellino viene riabilitato, torna a Marsala
e riprende a capofitto a lavorare. Nuovi magistrati
arrivano a dargli una mano, giovani e, a volte di
prima nomina. Il suo modo di fare, il suo carisma ed
i suo impegno in prima linea li contagiano; lo
affiancano con lo stesso fervore e con lo stesso
coraggio nelle indagini su fatti di mafia.
Cominciano a parlare i pentiti e le indagini su
connessioni tra mafia e politica a prendere forma.
Paolo Borsellino è convinto che per sconfiggere la mafia i
pentiti abbiano un ruolo fondamentale. Anche i
giudici, però, dovranno essere attenti, controllare
e ricontrollare ogni dichiarazione, ricercare i
riscontri ed intervenire solo quando ogni fatto
possa essere provato. E’ un’opera lunga ma i
risultati non tarderanno ad arrivare.
Da questo momento gli attacchi a
Paolo Borsellino
diventano forti ed incessanti. Le indiscrezioni su
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono ormai quotidiane; si parla
di candidature alla Camera o alla carica di Sindaco.
I due magistrati smentiscono ogni cosa. Comincia,
intanto, il dibattito sull’istituzione della
Superprocura e su chi porre a capo del nuovo
organismo. Giovanni Falcone, intanto, va a Roma come
direttore degli affari penali e preme per
l’istituzione della Superprocura. A Palermo era
stato isolato, i magistrati del vecchio Pool vengono
ormai assediati all’interno e all’esterno del
Palazzo di giustizia. Per questo si sente la
necessità di coinvolgere le più alte cariche dello
stato nella lotta alla mafia. La magistratura da
sola non può farcela, con Falcone a Roma si sente di
avere un appoggio in più,
Paolo Borsellino decide di
tornare a Palermo, lo seguono il sostituto
Antonio Ingroia e
il maresciallo Carmelo Canale. E’ in prima fila e tenta di
ricostruire quel clima che, ai tempi del Pool, aveva
permesso di raggiungere grossi risultati. Così,
maturati i requisiti per essere dichiarato idoneo
alle funzioni direttive superiori - sia requirenti
che giudicanti - Paolo Borsellino, pur rimanendo
applicato alla Procura della Repubblica di Marsala
chiede e ottiene di essere trasferito alla Procura
della Repubblica di Palermo con funzioni di
Procuratore Aggiunto. Grazie alle sue indiscusse
capacità investigative, una volta insediatesi presso
la Procura di Palermo in data 11.12.1991 è delegato
al coordinamento dell'attività dei Sostituti facenti
parte della Direzione Distrettuale Antimafia.
I Magistrati, con l’arrivo di
Paolo Borsellino trovano
nuova fiducia. A Paolo Borsellino vengono tolte le
indagini sulla mafia di Palermo dal procuratore
Giammanco, e gli vengono assegnate quelle di
Agrigento e Trapani. Ricomincia a lavorare con
l’impegno e la dedizione di sempre. Nuovi pentiti,
nuove rivelazioni confermano il legame tra la mafia
e la politica, riprendono gli attacchi al magistrato
e lo sconforto ogni tanto si manifesta. In una
dichiarazione si può riassumere lo stato d’animo di
Paolo Borsellino in quel momento: "Un pentito è credibile
solo se si trovano i riscontri alle sue
dichiarazioni. Se non ci sono gli elementi di prova,
la sua confessione non vale nulla. E’ la legge che
lo dice...e io sono un giudice che questa legge deve
applicarla. I rapporti tra mafia e politica? Sono
convinto che ci siano. E ne sono convinto non per
gli esempi processuali, che sono pochissimi, ma per
un assunto logico: è l’essenza stessa della mafia
che costringe l’organizzazione a cercare il contatto
con il mondo politico. ...è maturata nello stato e
nei politici la volontà di recidere questi legami
con la mafia? A questa volontà del mondo politico
non ho mai creduto". Con questa consapevolezza il
giudice, invece di scoraggiarsi, si immerge nel
lavoro con ancora più convinzione, come se la
sconfitta della mafia dipendesse solo dal suo
operato e quello dei magistrati che lo circondano.
Intanto a Roma viene finalmente istituita la
superprocura e vengono aperte le candidature;
Falcone è il numero uno ma, anche questa volta, sa
che non sarà facile. Paolo Borsellino lo sostiene a spada
tratta sebbene non fosse d’accordo sulla sua
partenza da Palermo. Il suo impegno aumenta quando
viene resa nota la candidatura di
Agostino Cordova.
Paolo Borsellino esce allo scoperto, parla, dichiara, si
muove: è di nuovo in prima linea. I due magistrati
lottano uno a fianco all’altro, temono che la
superprocura possa divenire un arma pericolosa se in
possesso di magistrati che non conoscono la mafia
siciliana.
Nel Maggio 1992 finalmente Falcone raggiunge i
numeri necessari per vincere l’elezione a
superprocuratore. Paolo Borsellino e
Giovanni Falcone esultano, ma
il giorno dopo Giovanni Falcone viene ucciso insieme alla
moglie, a Capaci; la mafia sa che in quel posto il
giudice Giovanni Falcone era troppo pericoloso.
Paolo Borsellino
soffre molto, il legame che ha con
Giovanni Falcone è
speciale e lui è morto tra le sue braccia. Tutti i
momenti trascorsi insieme, da quelli più belli a
quelli più brutti, gli tornano alla mente. Dalle
prime indagini nel pool, alle serate insieme, alle
battute per sdrammatizzare, ai momenti di lotta più
dura quando insieme sembravano "intoccabili", al
periodo forzato all’Asinara fino al distacco per
Roma. Una vita speciale, quella dei due
amici-magistrati, densa di passione e di amore per
la propria terra. Due caratteri diversi,
complementari tra loro, uno un po’ più razionale
l’altro più passionale, entrambi con un carisma, una
forza d’animo ed uno spirito di abnegazione
esemplari. Gli viene offerto di prendere il posto di
Giovanni Falcone nella candidatura alla superprocura, ma
Paolo Borsellino rifiuta, sebbene sia consapevole che
quella sia l’unica maniera che ha per condurre in
prima persona le indagini sulla strage di Capaci.
Così risponde al Ministro: "...La scomparsa di
Giovanni Falcone mi ha reso destinatario di un dolore che mi
impedisce di rendermi beneficiario di effetti
comunque riconducibili a tale luttuoso evento....".
Resta a Palermo, nella procura dei veleni per
continuare la lotta alla mafia, diventando sempre
più consapevole che qualcosa si è rotto, che il suo
momento è vicino.
Ad un mese dalla morte dell’Amico Falcone, tra le
fiaccole e con molta emozione parla di lui, cerca di
raccontarlo: "Perché non è fuggito, perché ha
accettato questa tremenda situazione....per amore.
La sua vita è stata un atto d’amore verso questa
città, verso questa terra che lo ha generato. Perché
se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per
lui, amare Palermo e la sua gente ha avuto e ha il
significato di dare a questa terra qualcosa, tutto
ciò che era possibile dare delle nostre forze
morali, intellettuali e professionali per rendere
migliore questa città e la patria a cui essa
appartiene. ..Sono morti tutti per noi, per gli
ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e
dobbiamo pagarlo, continuando la loro
opera...dimostrando a noi stessi e al mondo che
Falcone è vivo". Vuole collaborare alle indagini
sull’attentato di Capaci di competenza della procura
di Caltanissetta. Le indagini proseguono, i pentiti
aumentano e il giudice cerca di sentirne il più
possibile. Arriva la volta dei pentiti Messina e
Mutolo, ormai Cosa Nostra comincia ad avere
sembianze conosciute. Spesso i pentiti hanno chiesto
di palare con Giovanni Falcone o con
Paolo Borsellino perché
sapevano di potersi fidare, perché ne conoscevano le
qualità morali e l’intuito investigativo. Continua a
lottare per poter avere la delega per ascoltare il
pentito Mutolo. Insiste e alla fine il 19 luglio
1992 alle 7 di mattina Giammanco gli comunica
telefonicamente che finalmente avrà quella delega e
potrà ascoltare Mutolo.
Lo stesso giorno
Paolo Borsellino va nella casa del mare,
a Villagrazia, con la scorta. Si distende, va in
barca con uno dei pochi amici rimasti. Dopo pranzo
torna a Palermo per accompagnare la mamma dal medico
e con l’esplosione dell’autobomba sotto la casa, in
via D’Amelio, muore con tutta la scorta.
E’ il 19
luglio del 1992.
Paolo Borsellino ha un forte rapporto con la morte; è
presente in ogni parte della sua vita. Teme per gli
altri, per la sua famiglia, per I ragazzi della
scorta. E’ molto protettivo con i suoi collaboratori
e con la sua famiglia. Parla spesso della morte un
po’ per scherzarci sopra un po’ per ricordarsi
sempre che non è poi così lontana.
"Se muoio adesso,
il mio compito l’ho svolto". Ha visto morire molte
persone, uomini di valore morale ed intellettuale e
sa benissimo di non essere esente da una fine
simile. Eppure a volte scherza con la morte, se ne
prende gioco, ci ride sopra con un unico cruccio:
quello di aver preparato i propri figli ad
affrontare la vita. "Non sono né un eroe né un
kamikaze, ma una persona come tante altre. Temo la
fine perché la vedo come una cosa misteriosa, non so
quello che succederà nell’aldilà. Ma l’importante è
che sia il coraggio a prendere il sopravvento...Se
non fosse per il dolore di lasciare la mia famiglia,
potrei anche morire sereno". |